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-OT- articolo lungo ma interessante sull'epidemiologia
(troppo vecchio per rispondere)
Jorge Luis
2020-06-05 09:38:21 UTC
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Copioincollo dal corriere.

Il titolo è un po' limitativo, in realtà l'articolo è una trattazione
abbastanza ampia della storia dell'epidemiologia, io l'ho trovato
interessante.


Coronavirus, quando finirà? La lezione (possibile) di un’oscura
«influenza russa»


Inutile girarci intorno. La domanda è una, pur ramificata in tante
sotto-domande: quando Covid-19 uscirà davvero dai nostri corpi e dalle
nostre menti — dal nostro paesaggio sociale? Quando sarà possibile (ri)
programmare-progettare le nostre vite in scenari che non siano slogati
in asincronie e asimmetrie esasperanti (tra nazioni o tra regioni; tra
generazioni; tra categorie di ogni ordine e grado)? Quando potremo
muoverci con un minimo di riacquista naturalezza, fuori dalla rete di
coreografie goffe e incerte tratteggiate per noi dall’impatto del
patogeno sulle spiagge, nei ristoranti, negli uffici, nelle scuole, sui
campi da calcio, con rintocchi da Nuovo mondo huxleyano?

Com’è noto, la risposta univoca e liberatoria (una data, anche
sommaria, che segni un dopo vero, non l’ennesima stazione di questo
massacrante «non più-non ancora») non c’è. Ci sono «indicazioni», anche
marcate, dovute a feedback più o meno positivi: l’afflosciarsi della
curva per contagi e decessi (con alcuni attriti residui, Lombardia in
primis) e la minor virulenza non tanto del patogeno (la questione è
controversa) quanto della patologia, dovuta al lockdown, al
decongestionamento ospedaliero, a (tardive) profilassi di molte RSA…

Ma queste «indicazioni» (che pure sono state sufficienti a sdoganare
forme di riapertura auto-organizzata e auto-legittimata, vedi le varie
movide) a molti non bastano. Troppe ombre si allungano ancora sul
percorso e all’orizzonte: sul breve periodo (gli spettri di recidive e
nuovi focolai, come in Corea del Sud) e soprattutto sul lungo: le
eventuali nuove ondate nell’autunno-inverno di quest’anno, in stile
simil-spagnola (quindi, in teoria, più aggressive); o, peggio ancora,
il ripresentarsi di queste ondate su cicli pluriennali, fino al 2024,
come indica uno studio-chiave uscito su Science. Fino alla
prefigurazione (Washington Post del 27 maggio) che inquadra il Covid-19
in coabitazione con gli umani «per decadi», anche dopo l’eventuale
messa a punto e diffusione di un vaccino. Il che — per inciso — non
sarebbe necessariamente una «cattiva notizia», per echeggiare il famoso
adagio del biologo-Nobel Peter Medawar, che definiva i virus «cattive
notizie avvolte in una proteina». Il punto è che questi deficit
previsionali non vengono visti come limiti intrinseci al set di scienze
che cerca di contenerli, ma come colpe di quelle stesse scienze. O
meglio, nello specifico, di quelle branche o discipline direttamente
coinvolte in una pandemia: la virologia, colpevole di non saper
decifrare con nitidezza cambiamenti di virulenza ovvero letalità del
patogeno; l’immunologia, incapace di identificare la durata di immunità
dei guariti e di produrre test sierologici efficaci; e — soprattutto —
l’epidemiologia, la vera Cenerentola di questi mesi, l’oggetto
prediletto dell’irrisione non solo popolar-populista, in quanto la
«montagna» del suo apparato metodologico-operativo (la sovrabbondanza
di imponenti e impotenti simulazioni algoritmiche) avrebbe prodotto il
«topolino» di una profilassi a base di quarantene «medievali»,
distanziamento sociale, mascherina e lavaggio delle mani. È davvero
così? O forse è il momento giusto — in questa dimensione limbica della
pandemia — per andare a «vedere le carte» dell’epidemiologia (la sua
storia ed evoluzione, la sua filosofia, i suoi stessi metodi)? Nella
peggiore delle ipotesi, una simile verifica — su acquisizioni e
fallimenti, punti di forza e debolezza — potrebbe portare alle stesse
conclusioni del credo scettico, ma almeno con cognizione di causa.
Nella migliore, a contemplare paesaggi nuovi o a vedere quelli consueti
sotto una luce nuova, magari con qualche sorpresa proprio sulle
possibili dinamiche di Covid-19 nei prossimi mesi e anni.

L’anno dei sentieri che si biforcano

Uno dei momenti decisivi nell’evolversi dell’epidemiologia è il 1906,
quando i sentieri si biforcano come nel giardino del racconto di
Borges. A svolta microbiologica appena avvenuta (con la riconduzione
delle malattie infettive — grazie a scienziati come Pasteur, Koch,
Lister — a specifici agenti patogeni), emergono due posizioni o visioni
in parte contrapposte.

Da un lato, quella del medico inglese William Heaton Hamer del Royal
College, che vede nelle epidemie uno «schema ciclico» (per esempio le
ondate «ogni 18 mesi» del morbillo) ed è il primo a individuare nel
numero di suscettibili (contagiabili) una «soglia» sopra o sotto la
quale un episodio epidemico può esplodere o implodere. Non solo: nella
sua ottica «puramente matematica», Hamer pensa che in una comunità la
chiave sia il cosiddetto «principio dell’azione di massa», cioè la
densità degli stessi suscettibili moltiplicata per quella degli
infettivi; conta solo il loro potenziale contatto/contagio, con guariti
e/o immuni sullo sfondo, come fattore non primario nel frenare la
propagazione.

Dall’altro, abbiamo il medico scozzese John Brownlee (ospedale di
Glasgow), che redige per la Royal Society di Edimburgo un
impressionante regesto comparativo su oltre due secoli di patologie
«locali» (dalla peste di Londra del 1665 — quella descritta da Defoe —
alla scarlattina di Halifax del 1880). Anche lui studia le curve
matematiche, adottando in più il metodo statistico del suo maestro Karl
Pearson; ma — a differenza di Hamer— è convinto che quelle curve
dipendano soprattutto dalle «condizioni del germe», da un «grado di
infettività» che lo rende aggressivo in certe fasi (nel «period of
energy» o «germinal vitality») e tenue o innocuo in altre, quando si
affloscia come «un palloncino sgonfio».

Ora, è vero che il termine «infettività» è usato in molto ambiguo (si
tratta della carica vitale? dell’efficienza di trasmissione? di un loro
mix?) e che Brownlee esagera nel sostenere l’irrilevanza
dell’interazione tra infettivi e suscettibili. Ma l’enfasi posta
sull’agente patogeno ha il merito di ricordarci il legame tra la
specificità molecolare dello stesso, la sua modalità di trasmissione e
le relative implicazioni epidemiologiche e di trattamento
«profilattico». È un legame che osserviamo bene nel caso del colera, a
lungo combattuto — come nella pandemia all’inizio degli Anni ’30
dell’800 — con severe quarantene, ad esempio quella che abbiamo
descritto nella ricostruzione del «caso svedese». Quarantene — a
posteriori — totalmente inutili, dato che la geniale ricostruzione
medico-investigativa di John Snow nella Londra del 1854 (che individua
il fattore di contagio nelle acque fognarie contaminate da escrementi)
e l’isolamento dell’agente patogeno da parte di Koch nel 1882 (il
vibrione già osservato da Filippo Pacini nel ’53, l’anno prima della
scoperta di Snow) ne dimostrano la non-trasmissibilità «da uomo a
uomo».

Eppure, il sentiero «biologico» di Brownlee resterà interrotto (o
nascosto in una foresta) per lungo tempo, tanto che dobbiamo metterlo
in stand-by e ricordarcene più avanti. Quello prevalentemente
«matematico» di Hamer, invece, si dilaterà nella via maestra
dell’epidemiologia. Con un piccolo paradosso. Gli «antefatti» di quel
sentiero sono altrove: gli studi statistici di Bernoulli sul rapporto
costi-benefici nel vaccino del vaiolo (poco dopo metà ‘700); o la prima
applicazione alle curve epidemiche delle «catene o distribuzioni
binomiali» (le stesse che interpretano le serie di lanci di monete o le
estrazioni del lotto) da parte del misconosciuto medico russo Petr
Dimitrovich En’ko (1889). Ma il primo, lungo e decisivo tratto è
scavato da scienziati /medici tutti scozzesi, proprio come Brownlee.

L’origine del «fattore R»

Scozzese è infatti il Nobel Ronald Ross, che attraverso i suoi studi
rivoluzionari sulla malaria arriva a formulare intorno al 1916 una
complessa «teoria degli eventi». Intendendo con «evento» ogni fenomeno
in grado di tramettersi da individuo a individuo entro una popolazione,
si tratti di pettegolezzi, panico o virus (così come Bernoulli
applicava i suoi «calcoli del rischio», oltre che al vaccino del
vaiolo, al moto dei fluidi o alle assicurazioni), Ross perfeziona con
le sue equazioni differenziali il concetto di «soglia» di Hamer,
ribaltando Brownlee e sostenendo che ogni epidemia (colera, influenza,
peste…) flette la sua curva non per la «perdita d’infettività del
patogeno», ma per la discesa del numero di suscettibili sotto un certo
numero.

Scozzesi sono poi il medico William O. Kermack e il biochimico Anderson
G. McKendrick: il primo dalla biografia più tormentata (un passaggio
nella RAF e la cecità a 26 anni per un’esplosione in viso di soda
caustica, che lo costringerà a farsi leggere i testi dagli studenti),
il secondo dall’iter più regolare (capo di Kermack al Royal College di
Edimburgo, lo stesso di Brownlee). In uno studio-spartiacque del 1927,
i due porteranno a un perfezionamento definitivo sia il concetto di
«densità di soglia» (il minimum numerico di innesco epidemico in una
comunità) sia la dinamica d’implosione, dimostrando come un’epidemia
possa finire anche mantenendo un numero di suscettibili, nel momento in
cui «scatta un certo meccanismo nel delicato gioco tra infezioni, morti
e guarigioni (con immunizzazione)». Nel cercare di decifrare quel
meccanismo, formulano il famoso modello-SIR (Suscettibili - Infettivi-
guariti o Recovered) e paragonano più in generale un’epidemia a un
incendio potenziale, con le equazioni che cercano di leggere la curva
come un fuoco che possa «accendersi, restare acceso e alla fine
spegnersi». E con un corollario non da poco: quello per cui «piccoli
incrementi del tasso di infezione possono causare gravi epidemie»: il
primo richiamo, di fatto, su «focolai» da spegnere sul nascere e sulla
necessità delle «zone rosse».

Scozzese, infine, è il malariologo George MacDonald del Ross Institute,
che nel 1934-35 si trova a Ceylon per affrontare un’atipica esplosione
di malaria (un terzo della popolazione contagiata e 80.000 morti):
atipica perché la patologia — di casa nell’isola — si è sempre
manifestata in piccoli focolai periodici, soprattutto nei bambini,
immunologicamente più esposti. Vent’anni dopo, rientrato a Londra,
MacDonald cercherà di risolvere l’enigma incrociando decine di
variabili sugli umani e sui vettori (le zanzare) per scovare quei
minimi, ma decisivi cambiamenti «nei fattori fondamentali di
trasmissione»; ovvero quei «piccoli eventi dalle grandi conseguenze»
rimarcati da Kermack-McKendrick. Riuscirà a trovarli: un aumento di
densità di Anopheles cinque volte il normale (conseguenza di una lunga
siccità) e la loro accresciuta longevità, che permette di
pungere-infettarsi-ripungere. Ma, soprattutto, sarà proprio quello
studio a fargli trovare il parametro-chiave delle sue ricerche: il
«numero riproduttivo di base» ovvero il numero di infezioni che
coinvolgono una comunità come conseguenza della presenza di un singolo
caso primario non immune». Si tratta dell’ormai arcinoto R (dove R sta
per reprodution rate, tasso di riproduzione, da non confondere con l’R
del SIR, recovered=guarito), scandito dalla sua algebra tirannica (qui
raccontata da Paolo Giordano): se è < a 1,0, l’epidemia si insabbia; se
è di poco >, si espande; se è di molto >, esplode.


Con MacDonald, l’epidemiologia si avvicina al suo Graal matematico; per
arrivarci, la leadership della disciplina dovrà passare dalla Scozia
all’Australia.

Il serpente nell’erba matematica

Poco più di un mese fa, il 28 aprile, è scomparso a 84 anni — dopo una
lunga convivenza con l’Alzheimer — Robert May. È un altro paradosso:
May esce di scena in un sostanziale silenzio mediatico proprio nel
momento in cui il pianeta sta lottando contra la prima pandemia del
millennio anche — se non soprattutto — grazie a certe sue
intuizioni/acquisizioni.

Origini nordirlandesi da parte di padre e scozzesi (manco a dirlo) da
parte di madre, May è australiano come due altre figure-chiave nello
studio dei patogeni: Frank Mcfarlane Burnet (Nobel per gli studi sulla
selezione clonale con cui i linfociti rispondono agli «invasori») e
Frank Fenner, virologo autore di un capitale studio sulla mixomatosi,
che troveremo più avanti. Figlio di un brillante penalista, May si
laurea in fisica teorica a Sydney per poi studiare matematica applicata
a Harvard, disciplina che approfondisce (dal ’71) a Princeton, dove
comincia a dialogare con biologi e ecologi sulla dinamica delle
popolazioni, in particolare col geniale Robert MacArthur, che morirà
prematuramente lasciando proprio a May la cattedra di zoologia. In quel
contesto, May torna a una (alla) sua antica ossessione, già «scolpita»
sul retro di una lavagna in un corridoio di Sydney come «problema per
gli studenti»: «che cosa cavolo succede quando lambda diventa maggiore
del punto di accumulazione?». Traduzione: cosa succede quado il tasso
di incremento di una popolazione, poniamo di pesci — la sua tendenza ad
aumentare e poi a esplodere — supera un certo punto critico?

May nota infatti che al variare del parametro di crescita, il «sistema»
muta (si deforma) in modo inspiegabile. A parametro basso, lo stato è
stazionario: alzandolo, comincia a oscillare tra due e poi quattro
valori; alzandolo ancora, diventa imprevedibile e caotico, introducendo
«un’inattesa irregolarità». Perché quel caos da una semplicissima
equazione deterministica, la cosiddetta «equazione logistica delle
differenze finite»? Trasferendo il problema su un grafico — secondo il
suggerimento di Edward Lorenz, lo scopritore dell’«effetto farfalla» e
uno dei padri della «teoria del caos» — May si imbatte in una sorpresa
ulteriore: oltre il «punto di accumulazione» — quando la periodicità
cede al caos — si aprono comunque delle «finestre di regolarità»,
«cicli stabili» , col modello di variazione della popolazione che si
ripete per lo più in periodi dispari (tipo ogni 3 o 7 anni). È quello
che May chiamerà «il serpente nell’erba matematica», dove l’erba sta a
indicare il «rumore» entro cui si isola una figura riconoscibile. Tutti
quegli studi torneranno utili quando May incontrerà nel 1975 a York —
durante un convegno sulla «stabilità ecologica» — Roy M. Anderson,
allora responsabile di «epidemiologia delle malattie infettive»
all’Imperial College di Londra (passerà poi a Oxford). È un fortunato
crossing over: May — fisico-matematico con la passione
biologico-ecologica — si imbatte in un parassitologo con vocazione
matematica: tanto che i due — da lì in poi inseparabili per un
ventennio — porteranno l’epidemiologia all’ultimo «salto», con decine
di contributi che andranno a confluire nel monumentale Infectious
Diseases of Humansdel 1991.

Le tante novità introdotte da Anderson-May sono riconducibili a due,
decisive. In tutti i modelli epidemiologici che abbiamo visto (Hamer
1906; Ross 1916; Kermack-McKendrick 1927; MacDonald 1956) la
popolazione-ospite è ritenuta stabile, costante: se si diffonde
un’epidemia di morbillo in una città di 200.000 abitanti, l’evolversi
dello schema SIR (suscettibili, infettivi, guariti) non muterà quel
numero, con un’ipotetica compensazione, per esempio tra morti e
nascite. In Anderson-May, quel numero diventa invece una «variabile
dinamica»: nel corso di un’epidemia troppi fattori lo alterano: le
vittime stesse; una possibile riduzione della natalità; le emergenze
sanitarie (gli «ospedali sovraffollati», proprio come con Covid- 19), e
molto altro. Tra quei fattori di alterazione — chiave nella chiave —
viene considerata per la prima volta anche la «coevoluzione» tra ospite
e parassita, base per le prime 2 variabili (su 5) del loro modello
finale: il «tasso di trasmissione» del patogeno e «il tempo di recupero
degli ospiti che non soccombono all’infezione». Intrecciandosi alle
altre 3 (mortalità legata allo specifico del patogeno, mortalità legata
ad altre cause, consistenza — cangiante— della popolazione ospite)
vanno a comporre il citato Graal epidemiologico, la cui sintesi
matematica e simbolica è l’aggiornamento del «numero riproduttivo di
base» di Mac Donald mutato da R in R0, ormai noto come una rockstar.

Ma la metafora del Graal, perfetta per la mistica, è evanescente nella
scienza, in cui ogni teoria è falsificabile, o almeno passibile di
revisioni e/o integrazioni.

La collina dei conigli

Una delle acquisizioni più notevoli nella visione di Anderson-May è la
smentita della «sciocchezza» secondo cui «un parassita si evolve fino a
diventare innocuo per il suo ospite».

Per consolidarla, i due mostrano la perfetta aderenza del loro modello
epidemiologico alla «smentita delle smentite» sul campo, il caso
straziante del mixomavirus nei conigli, oggetto di uno studio ormai
classico del citato virologo Frank Fenner.

In breve: nel 1859 (anno di uscita dell’Origine delle specie di Darwin)
il proprietario terriero australiano Thomas Austin importa nella sua
immane tenuta 24 conigli selvatici europei, che in un contesto
ecologico favorevole si moltiplicano all’impazzata in tutto il
continente, arrivando in meno di un secolo — nonostante il
«contrappeso» della caccia — a ben 600 milioni di esemplari, via via
più nocivi nel loro competere (per erba e acqua) coi conigli locali e
il bestiame. Il governo autorizza allora l’importazione dal Brasile di
un poxvirus, il mixoma, che nei conigli sudamericani produce solo
piccole ulcere, ma che impatta su quelli europei/australiani — cioè su
un’altra specie e in un altro contesto ecologico — con una letalità
iniziale del 99,6%, producendo ulcere estese e la morte in 2 settimane.

Seguendo per 30 anni (1950-1980) l’evolversi del virus e della
malattia, Fenner scopre come nel tempo si diversifichino numerosi
ceppi, raggruppati in 5 principali, e come la selezione naturale
estingua o quasi l’I e il II (più aggressivi) e il IV e il V (più
innocui), favorendo (in ben due terzi dei casi) il III, ovvero un ceppo
sempre ad alta letalità (67%), ma più efficiente degli altri nel
rapporto letalità-trasmissibilità. E cioè: dato che il mixoma è un
virus vettoriale (con la zanzara che lo preleva dalle ulcere), il ceppo
più efficiente è quello che produce nei conigli lesioni abbastanza
estese e abbastanza durature da consentire il prelievo più consistente
per il maggior tempo possibile. I ceppi I e II uccidono troppo in
fretta; il IV e il V fanno guarire troppo in fretta le lesioni; «solo i
virus del ceppo III» — scrive Fenner — «rimanevano altamente infetti
per tutto il periodo di sopravvivenza negli animali desinati a morire e
per un tempo più lungo della media in quelli destinati a guarire»:


Prima morale: nella competizione tra ceppi virali viene sempre
selezionato quello col livello di virulenza che massimizza la
trasmissione (e quindi la riproduzione). Che quel livello risulti — per
noi — più o meno aggressivo o letale è irrilevante nella neutralità del
processo evolutivo.

Seconda morale — riassunta da Quammen in Spillover —: la regola aurea
per un virus di successo non è quindi «non uccidere il tuo ospite», ma
«non tagliare i ponti prima di averli attraversati». A cui va aggiunta
una postilla non trascurabile.

Come non c’è un’evoluzione verso la «benignità», non c’è — tra virus e
umani— nemmeno l’approdo a forme di simbiosi o mutualismo (come succede
invece con i batteri, vedi quelli della nostra flora intestinale). I
virologi parlano, semmai, di «armistizio», legato a diversi fattori,
tra cui i mutamenti contestuali (ecologici) o la durata dell’immunità.

Anticipata in uno studio pionieristico dallo zoologo Gordon Ball (nel
lontano ’43), la smentita di quell’assunto è uno dei tratti-chiave
anche di un libro-spartiacque del biologo evoluzionista americano Paul
Ewald, Evolution of Infectious Disease (Oxford, 1994). È un testo che
ha il merito di provare a integrare nell’epidemiologia il pensiero
evoluzionistico e quegli aspetti «qualitativi» delle scienze biologiche
(genetica e ora genomica, immunologia, zoologia) trattati per lungo
tempo come semplici variabili matematico-statistiche, prettamente
quantitative.

Da Bernoulli a Ross e persino alle «teorie del caos» che hanno ispirato
il lavoro di May, le «curve epidemiologiche» sono state indagate
attraverso quella che si definisce in gergo «indifferenza al
substrato», cioè a prescindere dalla materia (organica o no), dalle
proprietà e dalle dinamiche degli oggetti in questione: cicli economici
o tornadi, dicerie o — appunto — sciami virali. Invece i virus
andrebbero indagati — anche sul piano epidemiologico — non solo nella
loro specificità rispetto ad altri oggetti, ma anche rispetto ad altri
patogeni (funghi o batteri) e nella loro unicità molecolare
(genetico-genomica, di tipologia di trasmissione, di relazione col
sistema immunitario dell’ospite, e così via) a livello di specie e di
ceppi, che ne determinano il «comportamento» al punto da indirizzare le
valutazioni predittive e le relative profilassi. Come abbiamo già visto
per le «inutili» quarantene applicate a un virus non trasmissibile da
uomo a uomo come il colera. È il riaffiorare dalla foresta del sentiero
«biologico» avviato — pur nella sua ingenuità — da più di un secolo fa
da John Brownlee. Un sentiero che in tutte le sue branche (virologia,
immunologia, zoologia, genetica-genomica) va ormai definitivamente
ricongiungendosi a quello matematico-statistico, che pure sta
acquisendo (si legga L’algoritmo e l’oracolo di Alessandro Vespignani e
Rosita Rijtano) straordinari strumenti di calcolo-computazione, e
ulteriori ne acquisirà coi computer quantistici.

Sentieri che (ri)convergono: Covid 19 dalla «spagnola» alla «russa»

Tutti vorremmo sapere.

Se davvero il patogeno stia esaurendo la sua spinta, secondo l’ingenuo
dettato di Brownlee (che qualche clinico o virologo sembra — troppo
disinvoltamente — assecondare); se almeno — in coerenza coi passaggi
appena svolti — la selezione stia favorendo ceppi più funzionali alla
trasmissione ma meno virulenti (argomento, al momento, a dir poco
controverso); se infine — come si accennava in apertura —, simili
mutazioni caratterizzeranno eventuali nuove «ondate» autunnali-
invernali o negli anni a venire.

Alla ricercata disperata di «invarianze» epidemiologiche, fino adesso è
stata evocata soprattutto la «spagnola», con esiti sfocati e frustranti
per vari motivi, a partire dallo iato che separa un ortomyxovirus
influenzale (H1N1) da un betacoronavirus come Sars-CoV-2.

Non a caso il citato studio di Science (14 aprile; revisione 22 maggio)
svolge la sua proiezione sull’andamento di Sars-CoV-2 prendendo come
modelli — per maggiore prossimità molecolare — proprio due
betacorovirus umani «del raffreddore»: HCoV-HKU1 e — soprattutto
—HCoV-OC 43. Quel «soprattutto» è legato a un suo possibile risvolto
virologico-evoluzionistico poco noto, che potrebbe rivelarsi di un
certo peso.

A rigore, non sono infatti conosciuti precedenti pandemici di
coronavirus: gli unici ad aver solo «abbozzato» un outbreak in quella
direzione (subito troncato) sono stati, com’è noto, Sars-CoV (2003-04:
il virus «della Sars») e Mers-CoV (2012). Eppure, nel 2005 — nel corso
del suo PhD sui coronavirus, uno dei tanti sull’onda dei sequenziamenti
genici di Sars-CoV — la biologa belga Leen Vijgen studia coi colleghi
proprio il virus umano di OC43, scoprendone le similarità con quello
bovino (BCoV); e risalendo lungo l’albero comune — attraverso i calcoli
dei tassi di mutazione che diano conto delle divergenze genetiche —
trova il loro primo «antenato comune» intorno al 1890, anno del
probabile spillover («salto di specie») dalla mucca all’uomo.

Si dà il caso — ecco il punto — che il 1890 (in realtà l’’89) sia
l’anno d’esordio di una pandemia durata fino al ’95 e denominata
«influenza russa» in quanto a lungo ricondotta a sottotipi di influenza
A (H2N2 o H3N8), ma senza mai trovare conferme definitive; e che
diversi studiosi riconducono invece ora proprio a HCoV-OC43,
eleggendola a prima pandemia da coronavirus.

Anche qui — sia chiaro — siamo ancora nella teoria (manca la «pistola
fumante»). Eppure, fatte salve le specificità geo-dinamiche (l’innesco
a Bukhara nel maggio ’89 e l’approdo a San Pietroburgo tra ottobre e
novembre prima di irradiarsi in Europa e in America) e quelle
«storico-vettoriali» (il contagio attraverso la neonata rete
ferroviaria), la diversa distribuzione dei decessi (tra 270 e 360.000
del milione complessivo in Europa, a fronte dei 13.000 in Usa),
numerose — e a vari livelli — sono le analogie con Covid-19: la cadenza
delle ondate (con 5 settimane tra il paziente 1 e il picco); il
politropismo virale che coinvolge anche il sistema nervoso, con perdita
di gusto e olfatto; la prevalenza, alla lunga, di vittime anziane,
specie per complicanze cardiovascolari-renali (a differenza della
«spagnola», che colpirà — specie nella seconda ondata — giovani maschi
tra 18 e i 30 anni); la pressione sanitaria nelle fasi di picco (vedi,
trai tanti esempi nelle capitali europee del tempo, le «baracche» nei
cortili degli ospedali francesi). E non dissimile, a ben guardare
(anche se condiviso con molte altre epidemie) è il passaggio zoonotico,
coi pipistrelli dello Yunnan sostituiti dal bestiame afflitto da
pleuropolmoniti in tutto il mondo, e i molti abbattimenti — tra 1870 e
1890 — che espongono allevatori e contadini al contatto con le
secrezioni respiratorie.

Se la speculazione fosse esatta, se ne potrebbe cavare una proiezione
virologico-epidemiologica favorevole, dato che HCoV-OC43 è oggi (o
meglio: al momento) un «banale» virus del raffreddore (con le
virgolette a indicare come anche in quella veste rappresenti, per
anziani e immunodepressi, comunque una complicanza); nel senso che
anche Sars-CoV- 2 — oltre a potersi inabissare come Sars-CoV — potrebbe
evolvere, cioè mutare, in quella direzione (come potrebbe diventare,
beninteso, più aggressivo).

Nella cornice di queste possibilità, lo studio di Science (esempio
tangibile dell’attuale complessità e finezza epidemiologica
nell’intrecciare modelli matematico-statistici post-Anderson-May — ne
esistono a decine —, scienze biologiche e scienze umane, utili a capire
i comportamenti sociali e le loro conseguenze) può dare diverse
indicazioni.

In generale, sulla ciclicità: modulandola soprattutto proprio su
HCoV-OC43, disegna possibili recidive fino al 2025, con cadenza non
dissimile, guarda caso, a quella dell’influenza (che pure Science non
cita, limitandosi a trattare OC43 come virus «da raffreddore»). Nel
particolare — per cercare di avvicinane durata e intensità — affina un
quadro con cui abbiamo familiarizzato.

Dando per acquisite asincronie geografiche (estati e inverni nei vari
emisferi) e incidenze climatiche (i possibili picchi negli
autunni-inverni), individua le variabili principali sul piano
dell’immunità, da valutare (con test sierologici affidabili) sia per
estensione nella popolazione che per durata individuale: fattori
ambivalenti, in quanto determinanti per diradare-perimetrare i
lockdown, ma — se troppo accentuati — a rischio di compromettere la
messa a punto del vaccino e quindi la prevenzione di recidive annuali
(come per l’influenza): senza dimenticare possibili immunità incrociate
(immunità a altri coronavirus «del raffreddore», proprio come OC43 che
la estendano a Sars-CoV-2) o la sovrapposizione di eventuali recidive
di Covid-19 con l’influenza stagionale.

Altre variabili sono date dal tracciamento, informatico e/o manuale
(integrato eventualmente dai tamponi): anche questo un fattore-chiave
nel poter diradare- allentare i lockdown, ma la cui scarsa estensione o
inefficienza obbliga alla strategia alternativa di potenziare o almeno
monitorare i reparti di terapia intensiva, al fine di prevenire i
sovraccarichi già visti.

L’algoritmo e l’oracolo

Quello appena scorso è un quadro previsionale — non bisogna
dimenticarlo — che sconta due condizionamenti di fondo: il fatto che
l’indagine epidemiologica sui coronavirus non abbia precedenti nella
metrica degli «intervalli seriali» (che non esistano cicli indicativi
come invece per l’influenza, tranne — eventualmente — la pandemia
«russa» riconducibile a HCoV-OC43); e la dipendenza di ogni proiezione
epidemiologica dai feedback resi via via dall’evolvere
dell’epidemia-pandemia: un continuo aggiornamento-ridisegnamento
(beninteso non esente da errori; vedi i calcoli di Neil Ferguson
dell’Imperial College) scambiato da parte dell’opinione pubblica per
incertezza o contraddittorietà, e magari accostata alle «dissonanze
cognitive» prodotte dal narcisismo incrociato di certi virologi o
infettivologi.

E qui veniamo al nodo decisivo. Quella stessa parte di opinione
pubblica — accentuando per l’epidemiologia il pregiudizio e la
sbrigatività nutriti per la scienza in genere — dà per scontato (o
ridimensiona come «scoperta dell’acqua calda») acquisizioni e procedure
che scontate non sono per nulla, lamentando invece (con un mix di
fastidio e sarcasmo) l’assenza di certezze e soluzioni sui tanti
«fronti aperti» di un oggetto o un processo indagato (in una pandemia,
ma non solo).

Prendiamo le «banalità profilattiche» della Fase-1 di cui si diceva in
apertura («il topolino» prodotto dalla montagna degli algoritmi
epidemiologici). È vero, la quarantena è una pratica «medievale» (nasce
a Dubrovnik nel 1377, nella coda della Morte Nera veneziana); ma ora
sappiamo quando applicarla e quando no (vedi, di nuovo, il colera) e in
che termini di durata e estensione in rapporto all’evolversi di
un’epidemia. Lo stesso vale per la «distanza di sicurezza»: ce n’è
traccia intuitiva già nell’Antico testamento (Levitico), come antidoto
alla lebbra; ma è solo nel 1930 che un giovane ricercatore di Harvard,
William Wells, stabilisce in «sei piedi» la distanza anti-contagio per
i droplet di tbc; e se in questi mesi aggiornamenti continui l’hanno
modulata su Covid-19 (secondo le informazioni che arrivavano su
modalità di contagio e carica virale) è stato per aumentare la nostra
sicurezza. Persino una protezione «elementare» come la mascherina
(riconducibile alle grevi strutture a becco dei «medici della peste»
secenteschi) appare nella sua modernità per forma e materiali solo nel
1897 (sul volto del chirurgo francese Paul Berger), per estendersi a
uso anti-contagio nel 1911 durante la peste polmonare cinese (nel
design di Wu Lien-teh del Chinese Imperial College, poi adottato
durante la spagnola). Quanto al lavaggio delle mani, anche i meno
avvertiti dovrebbero conoscere la storia sublime e tragica di Ignác
Semmelweiss, medico ungherese che — pur tra osteggiamenti «baronali»
che lo porteranno al manicomio — riesce a far adottare quella
profilassi a medici e studenti di ostetricia, salvando migliaia di vite
dalla febbre puerperale. Non a caso, Cèline gli dedicherà la tesi di
laurea.

E a cornice di tutto questo, tutt’altro che «scontata» è anche la
scelta pro o anti-quarantenista, che in altro articolo abbiamo
ricondotto anche all’identità politico-economica e
storico-antropologica di ogni Paese. Non era scontato, cioè — davanti
alla «coperta corta» del dilemma «health or wealth», salute o economia
— «chiudere» o tentare vie più arrischiate come quella della Svezia.
Può darsi che il lockdown italiano (del Paese — non scordiamolo - che
ha fatto da avamposto occidentale alla pandemia) sia stato eccessivo e
«tirannico». Ma nel dubbio, sarà forse utile rileggersi una
«microstoria» esemplare della spagnola in America: la chiusura di Saint
Louis — sotto la guida di un medico geniale e avveduto come Max C.
Starkloff — versus l’«apertura totale» di Philadelphia. Perché è vero
che — oltre a subire minori danni economici — alla seconda ondata
Philadelphia avrà un po’ di morti meno della città del Missouri (dovuti
a una sorta di immunità di gregge); ma l’ecatombe della prima — a
fronte del numero basso di decessi dovuti alla strategia di Starkloff —
chiuderà il saldo delle vite risparmiate nettamente a favore di Saint
Louis.

Ogni critica alla scienza, ai suoi errori, alle sue ambiguità, ai suoi
deficit di chiarezza — è persino umiliante ricordarlo — non è solo
auspicabile, ma necessaria, specie in una democrazia non vuotamente
formale. Ma perché quella critica sia tale occorre un’opinione pubblica
informata, all’altezza del compito. Chi invece sbeffeggia gli algoritmi
pretendendo ciò che non possono offrire (l’infallibilità dell’oracolo)
è meglio guardi altrove; dalla scienza non potrà trovare risposte che
lo soddisfino. Non è necessario scomodare Dio; basterà rivolgersi a un
Pappalardo qualsiasi.

Fonti

Oltre al fedele compagno di questi mesi — David Quammen, Spillover,
Adelphi, 2014-2017 qua e là integrato e corretto — questo articolo ha
utilizzato i seguenti testi:
James Gleick, Caos, Rizzoli (ultima edizione BUR, 2018); Alberto
Gandolfi, Formicai, imperi, cervelli, Bollati Boringhieri, 1999, ultima
edizione 2008; Alessandro Vespignani, Rosita Rijtano, L’algoritmo e
l’oracolo, Il Saggiatore, 2019; Paul Ewald, Evolution of Infectious
Disease, Oxford, 1994; Fred Brauer, Carlos Castillo-Chavez, Zhilan
Feng, Mathematical Models in Epidemiology, Springer, 2019.
Il modello previsionale sui prossimi mesi e anni di COVID-19 (Stephen
M. Kissler e altri) è uscito su Science il 14 aprile 2020 (versione
riveduta il 22 maggio).
Il contributo di Leen Vijgen (e altri) sul coronavirus HCoV-OC43 come
possibile agente patogeno dell’«influenza russa» del 1890-95 è uscito
sul Journal of Virology del febbraio 2005. Sullo stesso argomento si
può leggere l’articolo del fisico-divulgatore Mark Buchanan, The Print,
15 maggio 2020.
--
El f�tbol es uno de los mayores cr�menes de Inglaterra.
Gabriel Pontello (Ifix Tcen Tcen)
2020-06-05 13:50:21 UTC
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Post by Jorge Luis
Copioincollo dal corriere.
Il titolo è un po' limitativo, in realtà l'articolo è una trattazione
abbastanza ampia della storia dell'epidemiologia, io l'ho trovato
interessante.
Interessante. Più o meno conferma la sensazione che abbiamo avuto
tutti: non ci capiscono un cazzo. L'epidemiologia ha più a che vedere
con l'analisi post evento, che pre: serve a capire che cosa sia
successo.
Un epidemiologo è come un esperto di baseball: non sa dirti quale
squadra vincerà, ma ti sa dire un sacco di dati su precedenti partite.

Nel frattempo, ci affidiamo a quello che ha funzionato in altre
occasioni e osserviamo con il massimo di prudenza compatibile con il
funzionamento dell'economia.
Johnnie Walker - RedBlack Label
2020-06-05 14:02:42 UTC
Permalink
Post by Gabriel Pontello (Ifix Tcen Tcen)
Interessante. Più o meno conferma la sensazione che abbiamo avuto
tutti: non ci capiscono un cazzo. L'epidemiologia ha più a che vedere
con l'analisi post evento, che pre: serve a capire che cosa sia
successo.
LOL si, direi che hai riassunto molto bene la sensazione che emerge da quell'articolo
Gabriel Pontello (Ifix Tcen Tcen)
2020-06-05 14:08:17 UTC
Permalink
Il bulletto del quartierino Johnnie Walker - RedBlack Label
Post by Johnnie Walker - RedBlack Label
Post by Gabriel Pontello (Ifix Tcen Tcen)
Interessante. Più o meno conferma la sensazione che abbiamo avuto
tutti: non ci capiscono un cazzo. L'epidemiologia ha più a che vedere
con l'analisi post evento, che pre: serve a capire che cosa sia
successo.
LOL si, direi che hai riassunto molto bene la sensazione che emerge da quell'articolo
"E dovete solo ringraziare se vi diamo soluzioni che si usavano già
cinquecento anni fa o anche prima: ora sappiamo perché funzionano!"
Jorge Luis
2020-06-05 14:37:10 UTC
Permalink
Post by Gabriel Pontello (Ifix Tcen Tcen)
Il bulletto del quartierino Johnnie Walker - RedBlack Label
Post by Johnnie Walker - RedBlack Label
non ci capiscono un cazzo. L'epidemiologia ha più a che vedere con
l'analisi post evento, che pre: serve a capire che cosa sia successo.
LOL si, direi che hai riassunto molto bene la sensazione che emerge da quell'articolo
"E dovete solo ringraziare se vi diamo soluzioni che si usavano già
cinquecento anni fa o anche prima: ora sappiamo perché funzionano!"
comunque a me impressiona molto che a metà ottocento non si sapesse
praticamente niente, storie come quella di Semmelweiss sono pazzesche,
a pensarci un momento.

Sarà che invece la meccanica teorica era già consolidata e formalizzata
in modo raffinatissimo da cento anni, ma mi sgomenta pensare che in
altri rami della conoscenza si fosse praticamente a zero.

Il pensiero che segue immediatamente è: "chissà cosa penseranno di noi
tra 200 anni".
--
El f�tbol es uno de los mayores cr�menes de Inglaterra.
Giacobino da Tradate
2020-06-05 17:02:31 UTC
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Il giorno Fri, 05 Jun 2020 16:37:10 +0200
Post by Jorge Luis
comunque a me impressiona molto che a metà ottocento non si sapesse
praticamente niente, storie come quella di Semmelweiss sono
pazzesche, a pensarci un momento.
Non si sapeva perche' e non si sapeva che cosa succedeva dentro
esattamente, ma si vedeva bene "cosa succede se".

L'osservazione dei fenomeni e' vecchia come la storia dell'uomo, ma
fino a quando non e' arrivato Galileo, la interpretazione e la
spiegazione erano di tipo mitico-affabulatorio. Galileo e' quello che
imposto i due cardini della scienza: la quantificazione matematica del
fenomeno e l'appello alla verifica sperimentale.
Post by Jorge Luis
ma mi sgomenta pensare che in altri rami della conoscenza si fosse praticamente a
zero.
Dal 1850 al 1914 c'e' stato l'eta' dell'oro della medicina clinica con la mitizzazione del buon dottore, perche' un po'
per volta si scoprivano le cose (il microscopio, le colorazioni, la
chimica, i germi, l'immunologia) e ogni scoperta spiegava quelle
vecchie e indicava nuove idee. la gente capiva che la medicina era
sulla buona strada. Quando poi la medicina ha cominciato a funzionare
veramente e sempre, a quel punto l'idillio e' finito e la gente ha
iniziato a denunciare i medici per malasanita'.
--
verita' gli atomi e il vuoto
--
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Jorge Luis
2020-06-05 18:03:30 UTC
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Post by Giacobino da Tradate
Il giorno Fri, 05 Jun 2020 16:37:10 +0200
Post by Jorge Luis
comunque a me impressiona molto che a metà ottocento non si sapesse
praticamente niente, storie come quella di Semmelweiss sono
pazzesche, a pensarci un momento.
Non si sapeva perche' e non si sapeva che cosa succedeva dentro
esattamente, ma si vedeva bene "cosa succede se".
L'osservazione dei fenomeni e' vecchia come la storia dell'uomo, ma
fino a quando non e' arrivato Galileo, la interpretazione e la
spiegazione erano di tipo mitico-affabulatorio. Galileo e' quello che
imposto i due cardini della scienza: la quantificazione matematica del
fenomeno e l'appello alla verifica sperimentale.
secondo me esageri, non è che prima di Galileo raccontassero solo
favole. Certamente Galileo formalizza e sistematizza: divide la fisica
dalla filosofia, programmaticamente rinuncia a cercare "le essenze" che
è "impresa vana" e a limitare il suo campo d'azione a ciò che è
osservabile, misurabile e descrivibile con il linguaggio della
matematica.

Non so abbastanza sulle scienze naturali e la medicina per dire se e
quando hanno fatto propri gli stessi concetti, ma ad occhio in quelle
che oggi chiamiamo life sciences c'è voluto un bel po' di tempo in più.
E d'altra parte la matematica non può avere lo stesso ruolo.
Post by Giacobino da Tradate
Post by Jorge Luis
ma mi sgomenta pensare che in altri rami della conoscenza si fosse
praticamente a zero.
Dal 1850 al 1914 c'e' stato l'eta' dell'oro della medicina clinica con la
mitizzazione del buon dottore, perche' un po' per volta si scoprivano le cose
(il microscopio, le colorazioni, la chimica, i germi, l'immunologia) e ogni
scoperta spiegava quelle vecchie e indicava nuove idee. la gente capiva che
la medicina era sulla buona strada. Quando poi la medicina ha cominciato a
funzionare veramente e sempre, a quel punto l'idillio e' finito e la gente ha
iniziato a denunciare i medici per malasanita'.
LOL ad un certo punto qualcosa dev'essere andato proprio storto (e
forse anche i medici hanno qualche colpa)
--
El f�tbol es uno de los mayores cr�menes de Inglaterra.
Giacobino da Tradate
2020-06-05 19:55:23 UTC
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Il giorno Fri, 05 Jun 2020 20:03:30 +0200
Post by Jorge Luis
che imposto i due cardini della scienza: la quantificazione
matematica del fenomeno e l'appello alla verifica sperimentale.
secondo me esageri, non è che prima di Galileo raccontassero solo
favole.
No pero' non quantificavano, non misuravano e non verificavano
sistematicamente.

La fisica c'era anche prima, era di tipo aristotelico e non funzionava.
Essa spiegava il moto in base all'impulso e alla affinita'. Se spingi
una boccia, dopo un po' si ferma: "ha esaurito l'impulso". Perche' il
sasso cade verso la terra? perche' "torna a casa". Quando hanno
inventato i cannoni, si sono accorti che la fisica aristotelica non
aiutava a capire la parabola del proiettile. La nostra dinamica e'
figlia della guerra.
Post by Jorge Luis
che oggi chiamiamo life sciences c'è voluto un bel po' di tempo in
più. E d'altra parte la matematica non può avere lo stesso ruolo.
C'e' voluto molto di piu' perche' sono sistemi etremamente piu'
complessi rispetto al moto dei corpi. Bisognava conoscere tutto un
retroterra di competenze chimiche, biologiche e fisiologiche
minuziose (puntiformi) che nell'ottocento non c'era.
Post by Jorge Luis
la gente capiva che la medicina era sulla
buona strada. Quando poi la medicina ha cominciato a funzionare
veramente e sempre, a quel punto l'idillio e' finito e la gente ha
iniziato a denunciare i medici per malasanita'.
LOL ad un certo punto qualcosa dev'essere andato proprio storto (e
forse anche i medici hanno qualche colpa)
Va bene cosi', e' segno che adesso la medicina e' proprio una scienza e
non un'arte.

Quando un architetto ti progetta una casa, tu gli sei grato
perche' la casa sta su, oppure ti incazzi se la casa crolla? Ovviamente
oggi ti aspetti che la casa stia su. ma non e' stato sempre cosi':
quando i maestri mediovali (magister, ut supra = magut) tiravano su una
cattedrale, non si sapeva mai come finiva: se la cattedrale stava su,
erano degli artisti.

Analogamente, adesso che la medicina clinica e' una cosa seria basata
sulle acquisizioni scientifiche della biologia, e anche la terapia
di corsia e' ormai standardizzata tramiti protocolli da cui risulta la
strategia migliore ecc. ecc., ebbene adesso tu hai delle ragionevoli
aspettative che tutto questi approcci portino alla guarigione. Se il
paziente schiatta, qualcuno avra' sbagliato. Denuncia.

Sembra paradossale, ma in realta' le denunce sono la prova della
raggiunta scientificita' della medicina.
--
verita' gli atomi e il vuoto
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R. Saclà
2020-06-05 20:20:05 UTC
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Post by Giacobino da Tradate
Il giorno Fri, 05 Jun 2020 20:03:30 +0200
Post by Jorge Luis
che imposto i due cardini della scienza: la quantificazione
matematica del fenomeno e l'appello alla verifica sperimentale.
secondo me esageri, non è che prima di Galileo raccontassero solo
favole.
No pero' non quantificavano, non misuravano e non verificavano
sistematicamente.
La fisica c'era anche prima, era di tipo aristotelico e non funzionava.
Orpo. Mi sembra esagerato. La scienza era piuttosto rigorosa in periodo
classico ed ellenistico. La fisica matematica nacque lì, probabilmente con
archimede il primo grande impulso. La fisica teorica prima ancora: cone
diceva il prof Lanz (professore di fisica teorica) la geometria greca fu il
primo passo compiuto dalla fisica teorica. E si trattava sempre di studi
con applicazioni pratiche. Mi taccio poi della scienza prima dei greci
(egizi, mesipotami, indiani e cinesi) che conosco meno ma che ha reso
possibili opere grandiose che dubito fossero fondate sul “tanto al chilo”
dell’esperienza spiccia. Per non parlare delle conoscenze astronomiche che
anticipavano di un millennio i rivoluzionari del 1500/1600.
--
R. Saclà
R. Saclà
2020-06-05 20:21:52 UTC
Permalink
Post by R. Saclà
mesipotami
potavano solo nei mesi dispari.
--
R. Saclà
Jorge Luis
2020-06-06 10:20:11 UTC
Permalink
Post by Giacobino da Tradate
Il giorno Fri, 05 Jun 2020 20:03:30 +0200
Post by Jorge Luis
che imposto i due cardini della scienza: la quantificazione
matematica del fenomeno e l'appello alla verifica sperimentale.
secondo me esageri, non è che prima di Galileo raccontassero solo
favole.
No pero' non quantificavano, non misuravano e non verificavano
sistematicamente.
La fisica c'era anche prima, era di tipo aristotelico e non funzionava.
si ok, la fisica di aristotele penso la conosciamo tutti.
E non voglio minimamente sminuire il contributo di Galileo al metodo
scientifico moderno, di cui per quanto ne so è indubbiamente il padre.

Però non è che prima ci fossero solo ignorantoni superstiziosi.
Ti mostro un paio di esempi:

1) qui puoi vedere le macchine automatiche che ccostruivano in area
bolognese nel '400:
http://www.museibologna.it/patrimonioindustriale/galleria_immagini/54201
purtroppo devi far avanzare a mano le foto per vedere la macchina vera
e propria, non posso linkarla direttamente;

2) nello stesso secolo, duecento anni prima di galileo, Brunelleschi
inventava e costruiva macchine speciali per edificare la cupola del
Duomo:

http://machine-history.blogspot.com/2015/03/lezione-3.html


queste creazioni della tecnica non le puoi liquidare dicendo: "non
quantificavano e non misuravano". Certo non avevano lo stesso bagaglio
concettuale dei moderni, ma non sono solo "spiegazioni di tipo
mitico-affabulatorio", piuttosto, direi che erano più procedimenti
pratici orientati al business che esperimenti scientifici.

E c'è stato anche qualcuno, ad esempio Leonardo, che non ha saputo fare
scuola come galileo, ma che diceva: "Nissuna umana investigazione si
può dimandare vera scienza, s'essa non passa per le matematiche
dimostrazioni" (E qui ci vorrebbe quel lazzarone del tiranno, che
invece perde tempo a farsi intevistare dal corriere).
Post by Giacobino da Tradate
Sembra paradossale, ma in realta' le denunce sono la prova della
raggiunta scientificita' della medicina.
capisco cosa vuoi dire, ma mi pare che nella medicina (e in misura
minore, nell'ingegneria) ci si basi il più possibile sulla scienza, ma
resti sempre uno spazio (che va riducendosi) di pratica empirica,
intuizione, ecc.

hai davanti il paziente che sta male e non sempre possiedi una risposta
supportata al 100% da evidenze scientifiche, però non rinunci ad un
certo numero di pratiche empiriche che ritieni possano essere d'aiuto.
O sbaglio?

Le denunce in parte saranno sicuramente giustificate da negligenza o
altro, ma in parte mi sembrano non tanto diverse da quelle sporte verso
i geologi che non hanno previsto il terremoto.
--
El f�tbol es uno de los mayores cr�menes de Inglaterra.
Giacobino da Tradate
2020-06-06 12:02:54 UTC
Permalink
Il giorno Sat, 06 Jun 2020 12:20:11 +0200
Post by Jorge Luis
Però non è che prima ci fossero solo ignorantoni superstiziosi.
Non ho detto questo, ho detto che non avevano il metodo (misura e
verifica). La tecnica ce l'avevano fin da due secoli anti cristo:

https://it.wikipedia.org/wiki/Macchina_di_Anticitera

ma la consideravano delle curiosita', come quei miniaturisti che
scrivevano la divina commedia in un ditale.

Bisogna anche capire che per "fare tecnica" basata sulla scienza
occorre a monte una massa critica di conoscenze che si sono accumulate
pian piano in millenni, solo a un certo punto si raggiunta la massa
critica che ha innescato la reazione a catena.
Post by Jorge Luis
hai davanti il paziente che sta male e non sempre possiedi una
risposta supportata al 100% da evidenze scientifiche, però non
rinunci ad un certo numero di pratiche empiriche che ritieni possano
essere d'aiuto. O sbaglio?
Ovviamente si', finite le certezze si passa ai tentativi "in scienza e
coscienza" ossia al meglio delle conoscenze disponibili, e nel
tentativo di migliorare la situazione del paziente (e non, per es, per
fare casistica finalizzata a pubblicare).
Post by Jorge Luis
Le denunce in parte saranno sicuramente giustificate da negligenza o
altro, ma in parte mi sembrano non tanto diverse da quelle sporte
verso i geologi che non hanno previsto il terremoto.
i due terzi delle denunce dipendono da una negligenza, reale o
percepita. Tu puoi sapere che il paziente non ha speranze, ma non puoi
rifiutarti di accorrere alla chiamata urgente "perche' tanto e'
inutile".
--
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Gabriel Pontello (Ifix Tcen Tcen)
2020-06-08 08:05:08 UTC
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Il bulletto del quartierino Giacobino da Tradate
Post by Giacobino da Tradate
Non ho detto questo, ho detto che non avevano il metodo (misura e
https://it.wikipedia.org/wiki/Macchina_di_Anticitera
2200 anni fa costruivano queste cose O____o
Minchia.
Giacobino da Tradate
2020-06-08 08:52:30 UTC
Permalink
Il giorno Mon, 08 Jun 2020 10:05:08 +0200
Post by Gabriel Pontello (Ifix Tcen Tcen)
Post by Giacobino da Tradate
https://it.wikipedia.org/wiki/Macchina_di_Anticitera
2200 anni fa costruivano queste cose O____o
Minchia.
l'ho vista coi miei occhi al Museo Archeologico dell' Acropoli, non la
conoscevo e non ci volevo credere.

Per un po' di tempo si e' pensato che fosse un tarocco, tipo le
mille reliquie mediovali, invece pare che sia genuina.

Detto questo, strumenti astronomici a suon di ruote dentate sono state
piuttosto comuni, anche grazie alle teorie tolemaiche a base di
cerchi ed epicicli. Nel '500 molti comuni ricchi avevano sul campanile
dei veri computer. Hai mai sentito parlare di tale Janello Torriani?

Quello che fa adesso la Patek, con le macchine CNC, le facevano gia'
gli artigiani del Jura, tutto a mano, limando dente per dente negli
inverni sepolti nella neve. la differenza e' che il patek te lo puoi
comprare anche tu, mentre quei complicati fatti a mano erano il lavoro
di una vita dell'artista, e potevano comprarli solo i re.
--
verita' gli atomi e il vuoto
--
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Albus Dumbledore
2020-06-09 10:57:41 UTC
Permalink
Non so abbastanza sulle scienze naturali e la medicina per dire se e quando
hanno fatto propri gli stessi concetti, ma ad occhio in quelle che oggi
chiamiamo life sciences c'è voluto un bel po' di tempo in più.
E d'altra parte la matematica non può avere lo stesso ruolo.
Il problema delle scienze della vita è che si limitavano ad osservare
fenomeni macroscopici, senza capire il perché delle cose.

E' stato con la rivoluzione fisica del concetto di atomo che si è
potuto iniziare a capire e spiegare quel che accadeva in chimica,
biologia, medicina ecc.
Prima (direi fino al 1880-90, circa) ci si limitava a guardare e
immaginare.

R. Saclà
2020-06-05 17:52:59 UTC
Permalink
Post by Jorge Luis
Il pensiero che segue immediatamente è: "chissà cosa penseranno di noi
tra 200 anni".
“Stavo riguardando gli eventi di inizio millennio”

“Ah sì?”

“Tu pensa che a quell’epoca , nel primo decennio e poco più in champions
c’era anche il milan”

“maddai”

“sì! addirittura ne vinse un paio”

“ROTFL”

“HAHAHAHAHAHAHAHAHA”
--
R. Saclà
Jorge Luis
2020-06-05 18:03:21 UTC
Permalink
Post by R. Saclà
“sì! addirittura ne vinse un paio”
“ROTFL”
“HAHAHAHAHAHAHAHAHA”
:'( :'( :'(
--
El f�tbol es uno de los mayores cr�menes de Inglaterra.
Lurcher
2020-06-08 13:33:14 UTC
Permalink
Il pensiero che segue immediatamente è: "chissà cosa penseranno di noi tra
200 anni".
saranno alle prese con i complottisti contro il teletrasporto

ci vogliono teletrasportare per impiantarci i microcccipp!1!!1
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